Stato dell’arte

 

La pubblicazione, nelle scorse settimane, del decreto che disciplina il funzionamento del Registro unico nazionale del Terzo settore (RUNTS) rappresenta un ulteriore tassello nel percorso di attuazione della riforma, anche se rimangono ancora dei dubbi rispetto a diverse questioni applicative come dimostra la costante attività interpretativa del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.  

In ogni caso, per molti enti senza fini di lucro la possibilità di acquisire la qualifica di ente del Terzo settore rappresenta uno snodo fondamentale nella pianificazione delle proprie attività e l’ulteriore proroga in arrivo (la quarta), concederà ora un ulteriore lasso di tempo (31 Marzo 2021) ad Onlus, ODV, APS ed imprese sociali, per l’adeguamento dei propri statuti utilizzando le maggioranze “semplificate”.

 

Gli errori da non fare

 

Sicuramente è bene non guardare all’acquisizione della qualifica di ente del Terzo settore come ad un mero adempimento. Se da un lato per alcune categorie di enti il passaggio potrebbe essere meno articolato, si pensi ad esempio alle Associazioni di Promozione Sociale o alle Organizzazioni di Volontariato, per altri - prime fra tutte le ONLUS - assume una rilevanza fondamentale e, come dicevo prima, deve essere ragionato da un punto di vista strategico. 

 

Quali impatti al di là del riordinamento giuridico

 

La riforma dovrebbe, quindi aiutare, a fare un po' di chiarezza e citerei a questo proposito l’osservazione fatta da Giovanni Moro in un saggio di qualche anno fa - intitolato per l’appunto “Contro il Non Profit” - dove l’autore evidenziava come il Terzo settore rappresentasse “una categoria del pensiero economico diventata prima teoria sociale, poi provvedimento legislativo di carattere tributario e ora spazio protetto di azione in cui tutto è possibile, dai ristoranti alle palestre, dalle cliniche alle polisportive”.

Ai nuovi ETS viene ora richiesto uno sforzo di trasparenza ed accountability non secondario, anche rispetto all’attività di rendicontazione economica e sociale; occorre, quindi, in primo luogo essere consapevoli di cosa vorrà dire diventare (o non diventare) degli ETS in modo da poter sfruttare a pieno in vantaggi e le opportunità che la riforma offre.  

 

Qualche consiglio pratico

 

In primis suggerirei di non fare una valutazione di pura “convenienza” - ragionando magari in un’ottica esclusivamente fiscale ad esempio - quanto piuttosto di “appartenenza”; si dovrebbe quindi sfruttare l’occasione fornita dalla riforma, per ripensare la struttura dei singoli enti al fine di assumere una conformazione coerente con il proprio modello organizzativo, la propria governance e la natura delle attività svolte.  

Un esempio concreto sono le ONLUS che dovranno fare una scelta di campo per decidere cosa diventare all’interno del nuovo ecosistema, optando ad esempio per una dimensione associativa/volontaristica o piuttosto assumere un profilo imprenditoriale, virando verso l’impresa sociale.