"Mentre corri la prima maratona della tua vita pensi che sarà anche l'ultima e ti maledici per averla iniziata. Quando arrivi al traguardo, pensi già alla data della prossima”. C'è da credere a Riccardo Trulla, acconciatore vicentino di 45 anni, che dopo la prima corsa ne ha inanellate altre 34 fra Italia, Europa e Stati Uniti. Sul pettorale ha sempre scritto “Trullino”, il soprannome che gli davano da bambino i suoi fratelli, perché era il più piccolo della famiglia. La canotta azzurra, segno distintivo dei runner ambasciatori della onlus “Città della speranza”, lo accompagna in tutte le sue gare, dalle rive del lago di Garda alle strade di Londra e New York. Perché, come dice lui, “alla fine di una maratona, comincia la preparazione per un'altra”: nel caso specifico quella di Chicago il prossimo ottobre.

 

Quella per le maratone è una vera e propria passione. Quando è cominciata?

In realtà fino al 2008 la corsa non rientrava fra le mie attività sportive preferite. Sono cresciuto in una famiglia di motociclisti e da giovane ho fatto snowboard, trekking, bici e mototrial. Poi mi sono rotto il crociato in un brutto infortunio e ho cominciato a correre durante la riabilitazione: ho avuto la pazza idea di provare a fare la prima maratona e nel novembre del 2009 ero già a New York per la prima gara internazionale.

Perché hai scelto di diventare un runner solidale?

Durante la maratona di New York ho incontrato, quasi per caso, mio cugino Vinicio Trulla, che ho scoperto essere ambasciatore di “Città della speranza”. Lì ho capito che potevo unire questa nuova passione a una nobile causa e da allora ho sempre corso per loro. In questi anni ho avuto anche la fortuna di tesserarmi per delle società, la Fulminea di Thiene prima e la Almostthere di Milano poi, che hanno sposato questo progetto solidale e di conoscere un gruppo di runner con cui condividere viaggi e maratone intorno al mondo. Per spronarci a vicenda abbiamo adottato una regola interna: chi riesce a migliorare il proprio tempo in una maratona versa una somma prestabilita all'associazione. Un motivo in più per sfidare il cronometro ogni volta che scendiamo in pista.

 

 

Nel mese di aprile hai corso a Boston, Londra e Milano. Come hai fatto?

Non è facile partecipare a tre maratone in un mese, ma dalla mia ho avuto l'aiuto di Danilo Goffi, un ex atleta professionista che si è classificato nono all'Olimpiade di Atlanta e ha vinto con record la maratona di Venezia del 1995. E ho inevitabilmente aumentato l'intensità degli allenamenti: tutti i giorni tranne il sabato mi alzavo alle 5.30 per fare un'ora e un quarto di corsa prima di andare al lavoro. Un sacrificio che ha prodotto ottimi risultati, sia in termini di tempo personale che di cifre raccolte.

Qual è la maratona che ti ha emozionato di più?

Dicono che la prima maratona non si scorda mai e per me è stata un'esperienza davvero indimenticabile. Nel 2009 avevo in programma di correre quella di Venezia, ma in un impeto di incoscienza mi sono iscritto anche a quella del lago di Garda, un mese prima. Non ero preparato e lo “svezzamento” è stato duro: sono arrivato tardi al traguardo e al ritorno a casa, in macchina, avevo dolori lancinanti e una stanchezza mai provata in vita mia. Ma è stato utile per capire cosa volesse dire correre una maratona e quelle successive sono andate molto meglio. Un'altra corsa che mi ha emozionato molto è stata quella di New York del 2011: vedere a Central Park centinaia di persone che ti incitavano e scorgere in quella moltitudine i miei amici che si sbracciavano fino quasi a scavalcare le transenne mi ha commosso.

Una di queste, quella di Boston del 2013, è stata molto particolare. Come l'hai vissuta?

È una maratona che mi è rimasta nel cuore, per via dell'attentato che ha ucciso tre persone. Ricordo di essere arrivato al traguardo con un buon tempo, sotto le tre ore, ero molto felice. Poi appena tornato in hotel ho visto sul mio cellulare tante chiamate e messaggi che mi chiedevano se stessi bene. Pensavo fossero preoccupati per lo sforzo fisico, prima di capire che c'erano state due esplosioni vicino alla linea del traguardo. Ho acceso la tv e mi sembrava un incubo: gli stessi luoghi dove ero appena passato, vedendo persone felici e un clima di festa si erano trasformati in uno scenario di terrore, con ambulanze, poliziotti ad armi spiegate e volti impauriti. È stato un attacco vigliacco, che ha colpito un evento sacro per la città di Boston. Ma i cittadini hanno risposto nel migliore dei modi: alla maratona dell'anno successivo nessuna paura e una partecipazione ancora maggiore. Anche noi abbiamo voluto fare la nostra parte, iscrivendoci in 14.

 

Leggi anche: Gemma Fedrizzi, ultimo chilometro contro la polio 

 

Cos'è “Città della speranza”?

Città della speranza” è una onlus che sostiene progetti legati alla ricerca pediatrica e alle malattie dei bambini: dal 1994 ha finanziato la costruzione di cliniche, reparti pediatrici e centri di ricerca. Ho visitato più volte le loro strutture, che offrono anche la possibilità ai genitori di stare vicino ai propri figli e ai pazienti ricoverati di continuare gli studi e condurre una vita il più possibile “normale”. Sono felice quando vedo i risultati delle campagne di crowdfunding trasformarsi in soluzioni concrete, che posso confermare con i miei occhi.

 

 

Per l'ultimo trittico di maratone hai già raccolto il 110% della somma prevista. Il segreto del tuo successo?

Da quando ho iniziato a correre solidale faccio di tutto per coinvolgere le persone, sia con iniziative “reali” che in rete. Ad esempio con il supporto del gruppo Vicenza runners, abbiamo organizzato corse di allenamento aperte in cui le persone potevano conoscere direttamente il nostro progetto di raccolta e convincersi a donare. Sono molto attivo anche sui social network: ho creato una pagina Facebook, “Trun – la sfida di Trullino”, su cui posto sempre i video delle mie corse e gli aggiornamenti sulle raccolte che promuovo. Devo ammettere che anche grazie all'aiuto di importanti brand che mi forniscono materiali per correre, sto guadagnando parecchia visibilità: la conferma è arrivata quando nel 2016 abbiamo messo all'asta la maglietta che ho usato per correre la maratona di Boston e un donatore l'ha acquistata per mille euro.

Quanto è utile Rete del Dono nelle tue raccolte?

Rete del Dono mi ha sempre dato un grande aiuto. Quello che apprezzo di più della piattaforma sono la chiarezza e la semplicità: il percorso online è agevole sia per chi vuole donare, sia per chi ha bisogno di sensibilizzare le persone. La serietà del portale e la trasparenza, poi, fanno guadagnare credibilità: mi è successo spesso di raccogliere “manualmente” alcune donazioni nei giorni delle gare, che poi giravo con un bonifico al mio progetto. Grazie a Rete del Dono i donatori possono accertarsi facilmente che la loro donazione sia devoluta al progetto di “Città della speranza”.

 

Apri il tuo progetto di raccolta fondi a questo link