Quante volte siamo stati costretti a fare qualcosa di cui non avevamo voglia? Tantissime, non c'è dubbio. Se proviamo a tornare indietro con la memoria potremmo stilare una lista infinita di episodi. Andare a letto presto, mangiare una minestra orribile, trascorrere un pomeriggio con un cugino noioso e viziato. Diventando adulti ci si perfeziona nella complessità. In negativo, s'intende. Una "partenza intelligente" per rientrare dalle ferie il 16 agosto, andare a vedere un cinepanettone, non rispondere per le rime a un cliente maleducato e con tutti e due piedi conficcati nel torto marcio come la famosa spada nella roccia. Eppure.

In quei casi stringiamo i denti e facciamo appello alla nostra raccogliticcia conoscenza della pratiche zen. E speriamo che la sofferenza finisca presto.

Ma una raccolta fondi no. Quella, nessuno ci costringe a farla. Non si sposa una buona causa perché abbiamo tirato i due dadi e ci è venuto fuori il minimo, 1+1, i tanto temuti "snake eyes". Oppure perché una cartomante ci ha detto che abbiamo Saturno contro e questo è l'unico rimedio per scrollarci la sfiga di dosso.

Una raccolta fondi la facciamo perché vogliamo aiutare qualcuno, perché ci sentiamo parte di una squadra che vuole realizzare un obiettivo, perché ci crediamo. Davvero. Una raccolta fondi è passione, anzitutto.

Se ci misuriamo con una sfida che abbiamo accettato liberamente, coscientemente e appassionatamente, non ci racconteremo mai delle scuse come "Non ce la farò mai", "Chi vuoi che risponda a una mia mail", "Non donerà nessuno", "La gente se ne frega". Facciamo pulizia delle profezie che si autoavverano. Non sarà facile, lo sappiamo, ma noi ci crediamo. Non ci sono maledizioni Maya, ma solo complessità da superare. La prima e più importante è quella quantitativa. Quanto è ampia la nostra rete di donatori? Quanto la conosciamo? Quanto possiamo chiedergli? Dimmi quanto quanto quanto, quasi come quella canzone di Tony Renis. E la risposta è: tanto tanto tanto.

Quanto è ampia. La rete di donatori è potenzialmente infinita, perché possiamo ampliarla grazie alla nostra passione. E' la passione a renderci differenti. Se chiedi del denaro (mi fai una donazione?) puoi rivolgerti solo a poche persone, senza esagerare. Se coinvolgi qualcuno in un progetto, se riesci a farlo sentire parte di una squadra, se sei capace di farlo sognare insieme a te, avrai guadagnato non solo un donatore ma un alleato. Che racconterà di questo sogno ad altre persone, che coinvolgerà come tu hai coinvolto lui. Non serve chiedere se sappiamo raccontare.

Quanto la conosciamo. Una rete è una lista di persone che noi pensiamo di conoscere abbastanza bene. Ma abbastanza non è mai troppo. Stendiamo quella lista e, per ogni persona, scriviamoci accanto cosa fa, dove abita, quanti figli ha, che lavoro fa, quale hobby ha, se ha già sposato qualche buona causa e quale. E così via. In quella tabella che sembrerà il gioco "Nomi, cose, città" cerchiamo di riempire le caselle mancanti. Cosa scopriremo? Sorpresa: nulla di nuovo, ma ci aiuterà a ricordare qualcosa che per noi è così scontata al punto da dimenticarcene. Qualcuno che ci crede come noi, un responsabile marketing di una grande azienda che potrebbe supportarci, un amico con la passione della cucina che può organizzare una cena di beneficenza per noi.

Quanto possiamo chiedere. Punto delicatissimo. Il più generoso dei nostri amici potrebbe avere donato un milione di euro a un'altra buona causa, e fine della fiera. E' ovvio che "più è, meglio è", ma non bisogna esagerare. "Siamo fatti anche noi della materia di cui son fatti i sogni", ma cerchiamo di essere realistici. Aggiungiamo una casella alla citata tabella "Nomi, cose, città" e chiamiamola "quanto". Scriviamoci una cifra ragionevole e congrua con il profilo del nostro potenziale donatore. E chiediamogliela, senza giri di parole. Abbiamo la passione dalla nostra parte, nessuno si offenderà.

Alla fine di questo processo potremmo anche non avere raccolto granché, ma di sicuro conosceremo la nostra rete di relazioni. Molto meglio di prima.