Ripensare e costruire con calma una relazione profonda e duratura, che sia con le aziende partner, con i testimonial o con i volontari e donatori. Tutto il resto rischia di portare a risultati di breve termine poco soddisfacenti. Creare un rapporto forte, forse non aiuterà a “incassare” in poco tempo, ma affeziona la persona che si ha di fronte alla nostra causa, coinvolgendola ogni giorno di più, per chiederle un impegno costante e sempre maggiore.

Proprio questo è stato il tema su cui si sono trovati d'accordo i fundraiser, gli ambasciatori e gli esperti di Corporate Social Responsability che con le loro best practice hanno animato la terza edizione di Reinventing Fundraising, organizzata da Atlantis Company Srl.

Quest'anno tra gli ospiti di eccezione c'era anche Selvaggia Lucarelli, volto noto della tv e della rete, webstar di Terre Des Hommes, con cui è andata due volte in Medio Oriente per raccontare la condizione dei bambini del luogo. “L'esempio di Selvaggia dimostra che con pazienza si può costruire un rapporto con un vip che possa fare davvero la differenza”. Ce lo spiega Francesco Quistelli, Ceo di Atlantis, che ha coinvolto i responsabili di TDH e la stessa Lucarelli. “Ha contribuito ad allargare la brand awarness di Terre des Hommes e a coinvolgere tante persone aumentando le donazioni e i sostegni a distanza”.

 

Tanti ambasciatori, pochi testimonial

E' però emerso che l'impegno di Selvaggia è volontariamente “contenuto”, come lei stessa ha ammesso. “Nonostante un grande interesse per la causa, la Lucarelli ha confermato di non sentirsi (ancora) un testimonial, e in Italia sono pochi quelli che come Renzo Arbore o Martina Colombari sposano una causa “per sempre”. Molti sono ambasciatori, fanno un'apparizione, sostengono una associazione per un evento o solo in un determinato momento”.

Scegliere e seguire un testimonial non è semplice, né veloce. “Il rapporto deve essere lento, una crescita costante. Ci si valuta, ci si conosce, si cerca di presentare i progetti, si ringrazia e un po' alla volta si chiede un aumento dell'impegno. Invece – ammette proprio Quistelli - molto spesso si vuole trovare una soluzione immediata, che lascia il tempo che trova. Va bene nel brevissimo periodo, magari porta anche un ritorno economico, però finisce alla svelta”.

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Renzo Arbore e Neri Marcorè testimonial di Lega del Filo d'Oro

 

Selezionare le star per crescere insieme

Una strada ci sarebbe: la selezione. Certo ristringe il campo, ma porta frutti e aiuta a farsi conoscere e avvicinare nuovi sostenitori: “Bisogna preparare una lista di testimonial ideali, analizzare perché potrebbero esserlo, poi emozionarli raccontando e mostrando la nostra realtà, per capire se ci sono aperture. Non serve chiedere subito la disponibilità, meglio richieste minime ma con continuità. Si può arrivare a grandi collaborazioni, mi vengono in mente i programmi radio del Trio Medusa per Cesvi o le testimonianze de La Pina per SoS Villaggi dei Bambini”.

 

Relazione aziende – non profit

Nel mondo profit sta aumentando la sensibilità alle cause sociali. Ma per scegliere quali, la relazione personale è importante. “Il volontariato aziendale è sempre più richiesto – conferma Quistelli - comunque c'è la voglia di rendere alla comunità qualcosa. I nuovi esperti di Csr hanno strategie sempre più strutturate, solo che per funzionare serve un vero rapporto tra azienda e realtà non profit, tra manager e fundraiser, tra dipendenti volontari e operatori. Solo così la collaborazione può diventare continuativa. Non basta neppure una grande occasione di impegno singola, un evento, una raccolta fondi eccezionale svolta in prima persona, se non si rafforza il vincolo”.

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Persona Fundraiser alla maratona di Milano

 

Sensibilizzare per trasformare in donatori continuativi

Lo stesso discorso vale con le persone. La comunicazione sociale crea relazioni, che non si fermano alla semplice donazione una tantum. “Quando un donatore ti conosce e si lega, puoi portarlo a uno scambio proficuo, fino addirittura ad ottenere un lascito. Il suo desiderio di partecipazione non si può fermare a una offerta semplice, per sentirsi appagato vuole conoscere il tema, la causa e molto altro. Vuole essere parte della soluzione”. Insomma non basta una occasione, fosse anche un'esperienza di personal fundraising di successo. “Serve comunicazione sociale continua, serve dimostrare che c'è attenzione, bisogna dimostrare che ci si tiene a lui e ci si ricorda di lui. Proprio come una amicizia”.

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In generale, l'aria che tirava tra i partecipanti di Reinventing era positiva. “Il trend generale è buono rispetto a due anni fa, ma il contesto è più complicato a seguito delle ultime vicende. Tra molti fundraiser c'è il desiderio di difendersi e tenere un basso profilo in un momento di grandi attacchi mediatici – nota Quistelli – dall'altra molti vogliono resistere, diffondere l'idea che è bello lavorare per rendere migliori la comunità e il luogo dove si vive. In fondo, i depositi bancari degli italiani sono cresciuti di 40 miliardi di euro nell’ultimo anno. Dobbiamo impegnarci affinché le persone desiderino fare la loro parte per attività sociali utili a tutti”.