Il gusto della scorciatoia. E’ la malsana e odierna abitudine a banalizzare un procedimento complesso, riducendolo e rappresentandolo solo nel suo atto conclusivo, o in quello più evidente.

La Germania vince il campionato mondiale di calcio e tutto sembra ridursi al (bellissimo) gesto atletico di Mario Götze. Riceve il cross, stop di petto e tiro al volo a 7 minuti dalla fine del 2° tempo supplementare. Tutti i riflettori su questi 3-4 secondi scarsi che hanno cambiato la sua vita e quella della sua squadra, ma pochi si chiedono come mai sia avvenuto a un 22enne che gioca in nazionale già da 2 anni.

Questa volta la scorciatoia la prendo io. Maurizio Crosetti, su Repubblica di ieri, spiegava che dal 2000 in Germania è stata introdotta una radicale trasformazione del settore calcistico giovanile. 366 aree, 1000 allenatori pagati dalla federazione, tutti i club devono obbligatoriamente iscrivere una squadra ai tornei (sin dall’under 12) pena la perdita della licenza. Poi dici che alla fine non succede qualcosa. Poi dici che la Germania è l’unica squadra al mondo che da 4 mondiali consecutivi arriva sempre in semifinale.

Qual è la scorciatoia preferita nel Personal Fundraising? Credere che il successo di una grande raccolta fondi sia solo l’effetto di una mail indirizzata ai tuoi amici, di una bella foto pubblicata sulla tua pagina personale, di una festa ben riuscita. In realtà, queste sono tutte condizioni necessarie ma non sufficienti.

Alle spalle di un grande successo (escludendo tutto ciò che è frutto del caso o di cause non ancora sufficientemente interpretate e replicate) deve sempre esserci un lungo lavoro di preparazione. Che, a sua volta, non porterà necessariamente al successo sperato ma almeno può ridurre le cause di insuccesso. E non è poco.

Nell’ambito del Personal Fundraising, l’elemento più importante è la creazione e il consolidamento di una propria community di riferimento. Oggigiorno la parola “community” rimanda automaticamente (e tornano le scorciatoie) ai social network, a un mondo etereo e inconsistente fatto di Like e Tweet, di “amicizie” tutte da verificare e spesso votate a una poco dolorosa estinzione per insipienza. Il significato di community che io preferisco è invece quello “fisico” delle relazioni fatte per durare (indipendentemente dal fatto che poi ci si riesca), basate sulla condivisione di idee, di valori e anche di progetti. Non parliamo mica delle famose foto di gattini che girano il mondo viaggiando sui profili Facebook.

Il successo di una squadra non dipende solo dal suo centravanti (Pelè e Maradona esclusi), ma da una strategia, dalla facilità di fraseggio tra tutti i suoi giocatori, per non dire dei massaggiatori e dei famosi magazzinieri. E da molto altro ancora.

Il successo di una raccolta fondi nasce anzitutto da una community che decide di condividere un progetto, che interagisce al suo interno e che comunica in più direzioni. Una rete neurale in grado di elaborare ulteriori processi e di non perdere mai di vista l’obiettivo finale.

La prima domanda che io rivolgo alle ONP (Organizzazioni No Profit) che incontro è: qual è la tua community? Soprattutto: ne hai una?

Se non si è capaci di rispondere a questa domanda, immaginate quale può essere l’effetto di una bellissima mail di raccolta fondi. A chi verrà indirizzata? E chi la riceverà, quanto e in che modo si sentirà ingaggiato e stimolato a fare la sua parte? Quella mail sarà l’inizio o la fine di un processo? Non parliamo solo di donazioni monetarie, meglio sottolinearlo.

Colpa delle scorciatoie, ci distraggono dagli indizi. Se è vero che si raccoglie ciò che si semina, la “raccolta fondi” è l’atto conclusivo (e non l’inizio) di una storia iniziata piantando un seme anzitempo. In terreno fertile. E prendendosene cura. Giorno dopo giorno.

Il gol di Götze è la rappresentazione di una raccolta fondi andata a buon fine.

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