Hanno percorso 100 km in 4 giorni lungo la via Francigena, battuta già nel 990 dC dall’Arcivescovo Sigerico il Serio per viaggiare verso Roma partendo da Canterbury. Sono un gruppo di “splendide cinquantenni” (come si autodefiniscono sulla pagina del progetto) che hanno frequentato la scuola Mayfield in Inghilterra tanti anni fa, e che con questa iniziativa hanno voluto sostenere un centro per la riabilitazione di ragazzi autistici con sede a Firenze, chiamato AIABA. La loro raccolta termina il 31 gennaio 2017, ma hanno già raggiunto il 100% dell’obiettivo, con più di 15.000 euro raccolti e un numero di donazioni superiore alle 270. Il loro cammino è partito da San Minato (Pi), ed è passato per Gambassi Terme, San Gimignano e Monterggioni fino a Siena: lungo il tragitto hanno alloggiato negli ostelli dei pellegrini, seguendo i passi di Sigerico. Lo hanno fatto per Indira, una loro amica e compagna di classe, che le ha raggiunte per una tappa del viaggio. Quando il suo secondo figlio, Pierfrancesco, aveva 3 anni, gli è stato diagnosticato un disturbo dello spettro autistico. Adesso la paura più grande di Indira, come di tutti i genitori dei ragazzi dell'AIABA è quella sul futuro del ragazzo: “Chi lo accoglierà quando noi non ci saremo più o quando non saremo in grado di accudirlo per motivi di salute?”. Indira è nata in Inghilterra ma per amore si è trasferita in Toscana dove vive con il marito: hanno tre figli, uno dei quali è Pierfrancesco. Le abbiamo chiesto di raccontarci la sua avventura come Personal Fundraiser per una causa che la tocca molto da vicino.

Cosa ti ha spinto a diventare Personal Fudraiser?

“Come tutte le associazioni, anche noi dell’AIABA eravamo alla ricerca di fondi. Io sono stata molto fortunata, perché ai tempi del liceo ho stretto delle bellissime amicizie, e ora che abbiamo 50 anni ci ritroviamo una volta ogni 5 anni: di solito affittiamo una casa al mare, per riunirci e passare un po’ di tempo insieme. L’ultima volta è stato 4 anni fa: ci siamo interrogate sulla possibilità di fare qualcosa di diverso, e io ho proposto la via Francigena perché mio marito l’aveva già percorsa con i suoi amici e gli era piaciuta molto. Loro si sono dimostrate subito entusiaste e hanno pensato di legare questa esperienza ad una buona causa, proponendo di loro spontanea volontà di scegliere quella dell’AIABA, per mio figlio. Così la macchina organizzativa si è messa in moto: il team era di 14 persone, 13 donne e un marito. La mia famiglia per esigenze di accudimento di Pierfrancesco non si è potuta aggregare per tutta l’esperienza: li abbiamo raggiunti per un giorno.

Come ti è stata d’aiuto la piattaforma di Rete del Dono?

“È stata davvero molto importante: tra le mie amiche, molte avevano già esperienza di crowdfunding in Inghilterra e cercavano un sito che potesse ricevere contributi da tutta Europa. Una brava operatrice dell’AIABA mi ha proposto Rete del Dono, e ci siamo trovati subito molto bene. Per noi cinquantenni “migranti” nella rete è stato molto importante avere questo supporto”.

Come siete riuscite ad ottenere questo ottimo risultato e a coinvolgere i donatori?

"C’è stata una preparazione iniziale molto importante, che si è rivelata fondamentale per far conoscere l’iniziativa: prima di mettersi in cammino il team di donne ha preparato dolci e marmellate, sono andate nella nostra scuola di gioventù (la Mayfeld) e in occasione della fiera di San Michele hanno avuto a disposizione uno stand, dove hanno venduto di tutto, dal cibo alle magliette passando per i quadri, per raccogliere fondi per la causa. Non è mancata neanche una tappa intermedia: le mie amiche hanno pensato di fare il primo tratto della via Francigena, 30 km da Canterbury a Doven, per chi non poteva prendere ferie ed arrivare fino in Italia. Sono riuscite a raccogliere quasi 600 euro. Durante il cammino vero e proprio poi la mia amica Joanna informava costantemente tutti quelli che seguivano la loro avventura mostrando attraverso Google Maps il percorso fatto durante la giornata, e ognuno dei partecipanti aggiornava i propri contatti personali via mail e social network. Io personalmente ho diffuso il progetto inviando mail ad amici e conoscenti e poi anche tramite Facebook, che non uso per parlare di questioni personali ma solo per diffondere queste notizie importanti.

Che consigli vuol dare ai fundraiser come te?

“La cosa fondamentale per me è stata la condivisione del progetto con delle amiche storiche, che mi ha incoraggiato ad andare avanti. Anche il supporto di una piattaforma seria e affidabile come Rete del Dono mi ha molto motivata. Consiglio a tutti di condividere la propria situazione con chi ne sta vivendo una simile e di non demordere, perché la cultura del crowdfunding in Italia deve un po’ radicarsi (molta gente ha donato portandoci la bustina dei soldi) ma quando gli italiani donano danno quattro volte in più degli inglesi!

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