Un obiettivo ambizioso da 25mila euro superato, ma soprattutto un imponente numero di donazioni: quasi 120 e in grandissima parte provenienti dal territorio della Non Profit stessa. Il segno tangibile di una comunità locale partecipe e forte che la Fondazione Edo ed Elvo Tempia ha saputo fidelizzare nel tempo e coinvolgere anche online: un esempio di crowdfunding di comunità che si è attivato in occasione della raccolta fondi per dotare un ospedale piemontese di DigniCap, un’apparecchiatura che offre la possibilità alla donne di ridurre la perdita dei capelli indotta dalla chemioterapia. Abbiamo chiesto ad Angelica Mercandino, responsabile comunicazione e fundraising della fondazione Fondazione Edo ed Elvo Tempia, di raccontarci di più su questo bel progetto.

Come è nata l’idea di diffondere questo progetto per donne colpite dal tumore anche in Piemonte?

“È frutto della nostra esperienza. Come fondazione ci occupiamo di oncologia in Piemonte da 35 anni: siamo nati a Biella nel 1981, per volere di un padre colpito nei suoi affetti più cari. Negli anni abbiamo portato alcune attività nelle province vicine, Vercelli e Novara. Lo Stato ha il compito di garantire la sanità di base, ma noi crediamo che siano molto importanti anche tante altre cure che aiutino i pazienti ad affrontare meglio le terapie di base, come il Dignicap della nostra raccolta fondi. Di questo macchinario in Italia ne esistono solo quattro esemplari: il nostro sarebbe il quinto e l’unico in Piemonte".

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Come avete coinvolto la comunità locale?

“Il piano di comunicazione è stato fatto su più fronti: abbiamo coinvolto le pro loco e le comunità locali attraverso due comunicati, uno all’inizio dell’iniziativa e uno ad ottobre (il mese del tumore al seno) e con qualche pubblicità sulla stampa locale. Abbiamo fatto anche un lavoro sull’ospedale, in collaborazione con l’Asl che beneficerà della donazione della macchina e in tutti gli ambulatori dell’Asl sparsi sul territorio. Un grandissimo supporto è arrivato dai club locali, in particolare il Rotary che ci ha davvero supportato molto. Sull’online e sui social abbiamo attivato le persone che già ci seguono e abbiamo invitato a partecipare al progetto anche “Leave your s” una start up del biellese: ci hanno dato la prima sponsorizzazione di 1.000 euro. Di solito si occupano di cose più “leggere” ma hanno pensato alle donne giovani e si sono impegnati con noi”.

Quanto è stata utile Rete del Dono per il vostro progetto?

“L’abbiamo trovata una piattaforma molto efficiente e seria: l’unico disguido tecnico l’abbiamo risolto con due telefonate. Sicuramente ripeteremo l’esperienza, anche se per noi è stata molto impegnativa perché il nostro target di riferimento non è avvezzo alla nuove tecnologie”.

Come funziona Dignicap?

Mentre la persona fa la chemioterapia indossa la cuffia che, tramite il raffreddamento della cute, previene la caduta dei capelli. Apparecchiature come queste vengono considerate una sorta di lusso, visto il costo molto elevato, ed è qui che la nostra Fondazione vuole intervenire: integrandosi alla sanità pubblica, fornendo un supporto per migliorare la qualità di vita e di cura dei pazienti oncologici. Abbiamo chiesto 25 mila euro al territorio, il resto verrà stanziato dalla Fondazione Tempia".

Come reagiscono le pazienti al trattamento?

“Secondo l’opinione di diversi medici, psicologi ed ex pazienti, Dignicap è stato un supporto molto importante, in particolare per le donne giovani. La dottoressa Adriana Paduos, chirurgo senologo di riferimento del Biellese, in un video pubblicato sul nostro canale youtube, racconta che quando deve dare la diagnosi di tumore ad una donna, la prima domanda che le viene fatta è “Sopravviverò?” e la seconda “Perderò i capelli?”. In mancanza di questo macchinario si usano solitamente le parrucche, ma al di là del fastidio, del caldo e del prurito, allo specchio nella propria stanza ci si vede calve, e non si può dimenticare la malattia. Non si tratta di una questione solo estetica, ma di un malessere a livello psichico: conservare i propri capelli, infatti, dona maggiore forza alla paziente per affrontare il trattamento, e soprattutto non la obbliga a dover dire al mondo di avere un tumore”.

Avete quasi raggiunto il vostro obiettivo di raccolta: qual è stata la chiave di questo successo?

“Molte persone hanno creduto nel nostro progetto: negli anni abbiamo costruito un forte rapporto con il territorio biellese, siamo ben posizionati a livello di fiducia. Facendo quindi conoscere il macchinario online e offline le comunità e i singoli si sono attivati, dalla pro loco del paese alla persona che raccoglie “in memoria di”. Spesso capita che la gente arrivi da noi con i contanti in mano e ci chieda di fare la donazione online: il nostro target è di cuore ma poco tecnologico”. Cosa consigliereste a chi vuole avviare una raccolta fondi simile? “La cosa fondamentale è far capire che tutti possono contribuire. Noi rassicuravamo anche chi non è molto avvezzo a pc e social network dicendo: “Organizzate qualcosa, poi pensiamo noi a fare la donazione”. Il nostro target di donatori è abbastanza avanti con l’età, per questo abbiamo tentato di coinvolgere persone più giovani attraverso i ragazzi della startup: un modo per noi di arrivare ad un pubblico diverso”.

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